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Sono passati quarant’anni dalla morte di Ernesto Guevara Lynch de la Serna universalmente conosciuto come “Che”. E la sua immagine, la sua presenza e le sue idee sono ancora attuali, presenti, diffuse. Libri, saggi, poster, magliette e ogni tipo di gadgets hanno contribuito a rendere leggenda una delle figure storiche più conosciute, importanti e studiate del XX secolo.
E proprio l’immagine del Che, una delle più riprodotte al mondo, a ricordare a tutti la sua presenza. Almeno tre generazioni di uomini e donne hanno abbracciato i suoi concetti di libertà. Alcuni l’hanno criticato, altri osannato, quasi santificato. Comunque Che Guevara resta il simbolo della rivoluzione e della voglia di libertà. Era l’uomo del dire e del fare, il Che. Era l’uomo d’azione, il guerrigliero eroico, il comandante intransigente, ma anche l’amico fedele, il papà affettuoso, l’ultimo dei romantici. Un uomo che ha dato la vita per la libertà e la giustizia sociale. Un argentino che ha combattuto insieme a Fidel Castro e a altre centinaia di uomini e donne contro la dittatura di Fulgencio Batista, a Cuba. Un uomo che, una volta terminata l’esperienza sul campo, ha ottemperato con dignità ai suoi doveri di ministro, dando, però, sempre l’esempio sul campo. Abbiamo visto centinaia di immagini che lo ritraevano mentre raccoglieva canna da zucchero, nei campi cubani.
Lo abbiamo visto sudare scaricando enormi sacchi di riso e mentre costruiva muri di scuole e ospedali. Ma come è stato capace di governare, il Che è stato altrettanto bravo nel “mollare” il ruolo istituzionale per andare alla ricerca del suo sogno rivoluzionario, quello che avrebbe consentito a lui e a milioni di persone di vivere in “quell’altro mondo possibile” che ancora oggi andiamo ricercando. Le esperienze di esportazione della rivoluzione, però non furono del tutto positive. Fino all’ultima in Bolivia, dove perse la vita.
Ma che fosse una persona ricca di sensibilità, amante della libertà e feroce contro ogni forma di ingiustizia lo si era già capito quando giovane studente di medicina, con il suo amico Alberto Granado, decise di partire per un lungo viaggio in motocicletta alla scoperta dell’America Latina, il “suo” continente. Da quel viaggio, dalla quella fortissima esperienza umana fra alle popolazioni sfruttate dei paesi da lui visitati è sicuramente nato il Che Guevara che conosciamo oggi. Del Che ci sono rimaste foto in cui il suo viso angelico un po’ da bambino un po’ da uomo aveva un sorriso spensierato, spesso con un buon sigaro cubano fra le labbra. Ma anche immagini tragiche come quelle della sua morte, in Bolivia, che lo mostrano indifeso al cospetto dei suoi aguzzini ma con gli occhi ancora aperti come a guardarli e a perdonarli, in una sorta di sguardo “divino”. E proprio l’immagine sacra del “Cristo morto” dipinto dal Mantegna sembra quasi una predizione di quello che sarebbe avvenuto più di quattrocento anni dopo.
Oggi a quarant’anni dalla sua scomparsa, avvenuta per mano di un ufficiale dell’esercito boliviano, a la Higuera il 9 ottobre 1967, in tutto il mondo vuole ricordare Ernesto Guevara, simbolo di libertà e giustizia, altruismo. Di pace e amore. Di scelte importanti. Chissà cosa avrebbe da dire, oggi, il comandante Guevara della Cuba che lui stesso ha contribuito a rendere libera.